
Arnold Mario Dall’O
money eat soul
prossimamente
Il denaro non si mangia
L’arte non può fare finta di niente. La fame nel mondo aumenta, i prezzi del riso, mais e del grano sono triplicati in un anno e ci sono popolazioni che vivono solo di poco, ma non possono vivere di niente. I paesi produttori di riso aumentano le tasse d’esportazione per evitare sommosse interne, guerre civili: per la fame si può morire, ma anche uccidere. Mentre da noi si celebrano all’interno di importanti saloni alimentari come il Cibus di Parma, opere d’arte in cui i paesaggi sono composti da alimenti come prosciutti e salmoni, la soglia della povertà si allarga al mondo di casa nostra. Quest’anno lo slogan era: “ A world of food around you”. Ma niente è stato più falso. La FAO anni fa dichiarò guerra alla povertà. Forse bisogna fare il contrario e dichiarare guerra alla ricchezza.
Il mondo appare come un gigantesco discount saccheggiato, mentre alle aste si battono per opere di artisti tra i 40 e i 50 anni delle cifre che nemmeno Caravaggio ha mai raggiunto. Che l’arte sia fuori dal mondo?
Qualcosa di simile bisogna pure pensarla, perché non si capisce questa differenza, non è chiaro questo flusso di denaro per cose non necessarie per la vita. Il denaro mangia l’anima, anzi, l’ha già divorata. Si ragiona solo in termini economici: la domanda quanto vale? Si riferisce ai soldi, non a quanto importante sia quel lavoro nell’arte attuale. Senza falsi moralismi, Dall’O propone proprio in un confronto con una grande e importante biennale d’arte contemporanea, come Manifesta 7, non una domanda, ma un’affermazione.
“Il denaro è rotondo e scivola dalle dita” diceva Goethe, l’importante è avercene. E il mondo contemporaneo si caratterizza sempre di più per la concentrazione della ricchezza in pochissime mani. Cento Paperon de’ Paperoni possono bastare, gli altri alla finestra di questo straordinario banchetto. Tutti leggono le statistiche di Forbes cercando i nomi dei potenti della terra, la ricchezza fa spettacolo. Ormai le stesse cifre a cui vengono battuti dei quadri famosi sono talmente alte che non si riescono nemmeno a comprendere. 100 milioni di euro per un Bacon, no, forse di meno, ma ormai la corsa al rialzo è partita anche nell’immaginario collettivo. L’arte è sempre più fenomeno e sempre meno esperienza. Dall’O vuole invece riproporre il valore di un confronto, di un percorso comune.
Le sfoglie di pane che vengono distribuite sono allora un alimento. Sono grano e basta. Cibo per il corpo e quindi per lo spirito. Il denaro, al contrario, non si mangia. Dobbiamo ricostruire l’anima a partire da questo gesto semplice in cui ci nutriamo di qualcosa che ci avvicina ad altra gente. Il denaro mangia l’anima per questo bisogna ridare a questa una dignità che prescinda dal denaro stesso. Ma nutrirsi è anche informarsi: quante notizie non riescono mai ad arrivarci, quante notizie vengono superate, eclissate da quelle inutili che ci convincono ad ascoltare o leggere? L’arte non può omologarsi al sistema di nascondimento della realtà, al sistema in cui conta lo scoop perché questo si piazza meglio sul mercato delle notizie. In questo caso non si vende niente. Si regalano delle sfoglie di pane e delle informazioni. Arnold Dall’O vuole in questo modo dare un contributo ad una grande manifestazione in cui è bene guadare oltre (o dentro) i meccanismi che generano arte in questo momento storico. Non sappiamo dove andrà l’arte, occupiamoci di chi la sta divorando.
Se l’unico paradigma è il denaro, allora sembra che nemmeno chi vuole comprendere ha possibilità di farlo. Anche l’anima ha un prezzo, come sappiamo da secoli, ma in cambio l’uomo sapeva chiedere qualcosa di straordinario, magari avvicinarsi a Dio, vedere negli occhi l’immortalità, raggiungere un’arte fuori dell’umano. Oggi la questione è diversa: si compra e basta, il denaro la metabolizza sottraendola ad ogni scambio possibile, eliminandola, quindi negandole ogni valore.
La performance porta in sé i segni di un pericolo che è già presente. Vuole essere anche una sorpresa, qualcosa di non atteso. Il denaro è alla base di tutto, tutto è convertibile, tutto ha un prezzo che si può dire o tacere. E se non fosse così? Se provassimo, anche per un momento, pensare ad un altro termine di riferimento. E se fosse proprio l’arte questo paradigma? Qualcosa che non possa in alcun modo essere scambiato?
Ezra Pound, nelle sue utopie, comprese che il denaro è la fonte di molti mali, se non di tutti. Pound ha vissuto molto vicino a Merano, a Brunnenburg ai piedi di Dorf Tirol. Magari è in nome di una utopia del genere che possiamo considerare questa operazione artistica come utile perché costringe tutti a riflettere, anche per pochi secondi, magari per molte ore.
Valerio Dehò
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